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WAR FOR THE MIND

  • Immagine del redattore: collettivoorma
    collettivoorma
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

El Greco - Fabula (1600)


Di Edoardo Innaro


Studio Orma apre la stagione 2026 assumendo War for the Mind come formula curatoriale e, insieme, come diagnosi del presente. Questo non è un invito alla conflittualità, ma la constatazione che il terreno decisivo della contemporaneità è diventato l’interno stesso dell’esperienza. La “guerra” non accade altrove, né in un luogo remoto tra eserciti dall’altra parte del pianeta; accade qui, o

ra, dentro la trama quotidiana delle nostre percezioni, dei nostri desideri, delle nostre paure e convinzioni.


Se la granata è stata lanciata molto tempo fa, oggi la battaglia si decide nella forma minuta dei gesti: in ciò che scegliamo di guardare, in ciò che lasciamo scorrere senza comprendere, in ciò che ci eccita e ci consuma, in ciò che ci divide e ci immobilizza. In questo senso la mente non è soltanto un luogo psicologico, ma anche un terreno culturale, politico ed estetico. È la terra più contesa perché è la materia più preziosa; il tesoro ultimo non è l’opinione che ostentiamo, ma la qualità dell’attenzione con cui abitiamo il mondo.


La compiacenza, allora, non è innocenza, è resa. Ogni momento in cui trascuriamo di difendere la mente — intesa come capacità di discernere, di sostare nel complesso, di non farsi trascinare dall’automatismo — consegna spazio a ciò che desidera governarci. Queste forze non sono una figura esterna facilmente identificabile; sono insieme fuori e dentro di noi. Fuori, perché provengono da ogni direzione: dalle relazioni più prossime e affettive fino alle grandi architetture che organizzano la società, dalla famiglia alla politica, dal sesso alle ideologie, dalle appartenenze alle religioni. Dentro, perché trovano efficacia solo quando incontrano le nostre zone opache, le nostre fragilità ripetute, i nostri rituali inconsapevoli.


Frank Kafka - Disegni (1901-1906)


Le loro strategie, per quanto diverse, tendono a produrre un medesimo esito: l’impossibilità di una presenza reale. Distrarre, eccitare, infuriare, dividere, spaventare sono tutte tecniche di composizione del soggetto contemporaneo. Si vuole un individuo in disfunzione emotiva, troppo eccitato per pensare lucidamente, troppo infuriato per ragionare, troppo terrorizzato per agire, troppo distratto per accorgersi, troppo diviso per unirsi. È qui che la storia recente dell’arte — dopo l’urgenza e la necessità dell’arte di protesta, dopo la denuncia e la lotta esterna — incontra un suo punto di svolta: non perché la dimensione sociale venga abbandonata, ma perché diventa evidente che senza un lavoro interno la protesta rischia di ridursi a linguaggio previsto, consumabile, e quindi integrabile.


Il nemico peggiore, in questa prospettiva, non è una figura demonizzata “là fuori”, ma la parte di noi che rinuncia alla trasformazione. Sono le convinzioni che si irrigidiscono fino a impedirci di valutarci, di rivedere davvero ciò che crediamo, di crescere; è l’inerzia che si traveste da realismo; è la dolce degradazione del corpo che anestetizza la mente; è l’autoreferenzialità che ci persuade di sapere già; è l’emotività che scambia intensità per verità; è la retorica consolatoria del “sei perfetto così come sei” quando diventa alibi per non cambiare; ed è, all’opposto, l’odio rivolto verso se stessi che non trova pace e chiede solo nuove ragioni per restare identico.


In questo scenario Studio Orma sceglie di non produrre semplicemente un commento sull’epoca, ma di assumere una responsabilità curatoriale precisa: trattare l’arte come pratica di attenzione e come dispositivo di trasformazione, capace di incidere sui regimi percettivi prima ancora che sulle opinioni. Dichiarare “guerra per la mente” significa, qui, dichiarare un programma di ricerca: difendere la facoltà di pensare senza slogan, di sentire senza essere posseduti dal sentimento, di prendere posizione senza diventare caricature di una posizione. Significa restituire alla pratica artistica la sua forza meno spettacolare e più radicale: quella di ricostruire le condizioni della libertà interiore come bene comune, e non come lusso privato.


M.C. Escher - La genesi, quarto giorno (1938)


Per questo motivo l’inizio non è una tesi, ma un gesto: porre “la domanda”. La domanda è la prima linea di difesa, lo scavo delle trincee; è il seme del dubbio come igiene dell’immaginazione, il luogo in cui può cominciare una riflessione, la preparazione del campo di battaglia. Studio Orma intende la domanda autentica come una forma di partecipazione: non un ornamento concettuale, ma un invito a dischiudersi, a osservare, a viaggiare con ciò che non si lascia possedere subito. In una cultura che premia risposte rapide e identità impermeabili, la domanda diventa un atto di disciplina e di coraggio.


Da qui discende una scelta di “grammatiche dell’arte”— un insieme di priorità che orienta opere, formati, conversazioni, corpi in presenza. Studio Orma cerca pratiche che rimettono al centro l’umano come competenza: la manualità, la memoria, la sensibilità esercitata, la capacità di stare nel tempo. Cerca una complessità che non sia compiacimento erudito, ma resistenza alla semplifi

cazione morale ed estetica. Cerca una comunità che non sia pubblico-consumo, ma tessuto relazionale capace di attraversare differenze e generazioni. E, infine, cerca un’idea di spiritualità non come fuga dal reale, ma come riattivazione delle dimensioni più profonde dell’esperienza — sogno, emozione, interiorità — trattate come materia dell’arte e come risorsa per una trasformazione che non si esaurisce mai.

 
 
 

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